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SCUOLE ANCORA CHIUSE: COME CAMBIA IL RAPPORTO CON LO STUDIO?

Una riflessione dal punto di vista di una studentessa universitaria che non si aspettava di reagire così..

(Tempo di lettura: 5 minuti)

La pandemia ci ha portati ancora una volta a rientrare in casa. Siamo di nuovo tornati a vivere una situazione di simil lockdown, come a Marzo 2020. Gran parte dei negozi chiusi, spostamenti limitati e studenti a casa da scuola.

Ecco, oggi vorrei fare una riflessione proprio su questo, sulla chiusura delle scuole e su come sia cambiato il mio rapporto con lo studio a causa della pandemia. 

Mi presento: sono Anna e sono al primo anno di università magistrale. 

Sono sempre stata una studentessa modello, sin dalle elementari. Non è un vanto, è solo una considerazione oggettiva sulla persona che sono. 

Mai nessuno dei miei genitori ha dovuto spingermi a fare i compiti, ad imparare le tabelline o a studiare per un’interrogazione. Ho sempre visto la scuola come il mio lavoro, come una possibilità per essere all’altezza del resto del mondo e come un modo per prepararmi al futuro, per essere pronta a fronteggiare la “vita vera”.

Ho sempre visto lo studio come qualcosa da fare per me stessa: i voti mi importavano, e mi importano tutt’ora certo, ma non è per questo che studio. Studio per migliorarmi, perchè sono curiosa, perchè voglio conoscere ciò che è stato per riuscire a comprendere la realtà. 

Non mi sono mai accontentata solo della scuola: le mie giornate erano scandite da diversi impegni oltre allo studio, tra cui la pallavolo, gli scout e i corsi per diventare allenatrice. Sapevo che potevo spingermi sempre un po’ più in là, non mi accontentavo e volevo ottenere il massimo da me stessa. 

Ogni novità era un incentivo per il prossimo passo, iniziavo qualcosa e già avevo la testa che pensava a cos’altro avrei potuto fare. 

Mi sono laureata a Luglio 2020: il primo lockdown mi ha aiutata a concentrarmi sulla tesi. Mi sono detta: “Bene, sfrutta questo tempo in più, che prima non avevi, e dacci sotto”. 

Ad oggi mi rendo conto che quello è stato il mio ultimo sforzo, il mio ultimo tentativo di “fare di più”, di spingermi oltre, di avere “fame” di miglioramento.

Ad oggi faccio fatica seguire le lezioni online, a lavorare in smart working e ad essere costante in ogni cosa che mi proponga di portare a termine. Sento che studiare mi pesa, che lo sto facendo per qualcun’altro e non più per me stessa.

Ad oggi, quindi, mi chiedo: se io, studentessa universitaria, ormai adulta e consapevole di cosa significhi studiare, sono così demoralizzata da questa situazione, come può reagire un bambino della scuola di primo grado, che sta costruendo le basi della sua formazione?

Come può avere voglia di imparare e di apprendere un ragazzo delle medie, agli albori della sua adolescenza?

Come possono i liceali e tutti i ragazzi delle superiori avere una visione di sé stessi in un futuro prossimo e ed essere determinati a studiare per quella che sarà la loro vita un domani?

Ecco, questo è ciò su cui ho riflettuto dopo l’ennesima chiusura delle scuole. Una riflessione del tutto personale, e forse un po’ pessimistica, ma che volevo condividere con voi.

Le vie d’uscita ci sono, i modi per aiutare i più giovani esistono, e non si limitano a dei banchi con le ruote. 

Sono nelle parole che una studentessa come me può dire a qualcuno di più giovane.

Sono nei metodi di studio che si possono trasmettere da studente più esperto a studente alle prime armi. 

Sono nelle ripetizioni che un educatore può offrire a uno studente in crisi per le interrogazioni in DAD.

Sono nei piccoli gesti che ognuno di noi, studente o meno, può fare, e che ci fanno capire che non siamo da soli ad affrontare tutto questo.

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